Stati “canaglia” che non vogliono la guerra ma potrebbero scatenarla.

Giorgio Da Gai

Historia Limes Club Pordenone

Il Termine Stato “canaglia” (rouge State) è usato in America per indicare le nazioni governate da dittature, o che minacciano la pace internazionale. La Corea del Nord è uno Stato “canaglia”, come lo sono tutte le dittature che costringono la popolazione a vivere nel terrore e nell’indigenza. Gli Stati Uniti non sono una dittatura, ma minacciano la pace internazionale, quindi sono uno Stato “canaglia”: calpestano la sovranità delle nazioni con guerre imperialiste camuffate da operazioni di polizia internazionale (Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria); fomentano i conflitti nelle nazioni che reputano ostili (le Rivoluzioni colorate nell’Europa Orientale) scatenano con la Russia una nuova “Guerra Fredda” (l’allargamento a est della Nato). Gli effetti di questa politica irresponsabile e criminale sono sotto i nostri occhi e l’Europa ne subisce le conseguenze con la minaccia del terrorismo islamista, l’immigrazione e le tensioni con la Russia.

Le “canaglie” si sfidano con reciproche provocazioni. Pyongyang minaccia i vicini con i test nucleari. Washington compie imponenti esercitazioni militari a Hokkaido e in Corea del Sud. Immaginate quale sarebbe la reazione americana se la Corea del Nord compisse simili esercitazioni in prossimità della baia di San Francisco. L’attacco americano sarebbe certo e immediato. La politica americana è un capolavoro di doppia morale.

Oggi il 38° parallelo segna il confine tra le due Coree. La penisola coreana fu per secoli una sola nazione guidata dalla dinastia Joseon (1392-1910). Nel 1910 la Corea divenne una colonia dell’Impero giapponese e tale rimase fino alla capitolazione del Giappone (agosto 1945): gli Stati Uniti occuparono la parte meridionale della penisola coreana, l’attuale Corea del Sud (1948); la resistenza comunista, guidata da Kim II sung (nonno dell’attuale dittatore) occupò quella settentrionale, l’odierna Corea del Nord (1948).

Nel 1950 la Corea del Nord invase quella del Sud per conquistare l’intera penisola e trasformarla in una lugubre Paese comunista. In breve tempo le truppe nord coreane arrivarono a occupare la capitale Seul. Gli Stati Uniti su mandato dell’ONU e affiancati da altri diciassette Paesi intervennero in aiuto della Corea del Sud. Il contingente militare era guidato dal generale americano Douglas MacArthur e composto in prevalenza da truppe statunitensi. La controffensiva statunitense si spinse oltre la linea del 38° parallelo invadendo la Corea del Nord. La Cina per impedire la caduta del regime nordcoreano e il conseguente schieramento delle truppe americane ai propri confini; inviò in aiuto di Pyongyang un contingente militare di circa 300 mila uomini. L’Unione Sovietica mantenne una posizione defilata, sostenne Pyongyang con un numero limitato di aerei e di piloti; Stalin non vedeva di buon occhio un conflitto che poteva modificare l’equilibrio della “Guerra Fredda”. Il mondo rimase con il fiato sospeso temendo lo scoppio di un conflitto nucleare. Il generale MacArthur voleva colpire la Cina con armi nucleari, ma l’autorizzazione gli fu negata dal presidente Harry S Truman che temeva un’eventuale ritorsione sovietica.

La guerra terminò nel 1953 con l’armistizio di Panmunjeom. Le vittime totali del conflitto furono circa 3 milioni: gli Stati Uniti persero 54.240 uomini, la, la Corea del Sud 415.000, la Cina 110.400, la Corea del Nord oltre 200.000. Le vittime civili furono 1.500.000: un milione di nordcoreani e 500.000 sudcoreani. L’assetto geopolitico della penisola rimase invariato e rispecchia ancora le aree d’influenza della Guerra Fredda.

Il conflitto tra le due Coree non si può dire finito ma solo “congelato”: i belligeranti non hanno ancora firmato un trattato di pace e i rapporti tra le due Coree rimangono tesi. Incidenti di confine e azioni terroristiche hanno segnato il dopo armistizio: il 9 ottobre del 1983, tre militari nordcoreani fecero esplodere una bomba sotto il palco della delegazione sudcoreana in visita a Rangoon (Birmania) morirono 21 persone tra queste 4 ministri del governo di Seul; il 29 novembre 1987, due agenti della polizia segreta nordcoreana, fecero esplodere una bomba su un aereo della Korean Air, le vittime furono 115 avvenuti; il 26 marzo del 2010, un sommergibile nordcoreano affondò una corvetta sudcoreana, morirono quarantasei marinai, nello stesso anno l’artiglieria nordcoreana bombardò l’isola Yeonpyeong (arcipelago conteso tra le Coree) uccidendo quattro civili.

Il regime nordcoreano sopravvive grazie al sostegno russo-cinese e all’effetto deterrente del suo arsenale nucleare. Senza questo collasserebbe come è collassata l’Unione Sovietica. L’Organizzazione delle Nazioni Unite include la Corea del Nord tra le 34 nazioni al mondo che hanno bisogno di aiuti esteri per poter alimentare la popolazione (circa 23 milioni dei nord coreani hanno una dieta quotidiana insufficiente e solo sei milioni si salvano della carestia); l’inefficienza del sistema agro-alimentare e le avversità climatiche provocarono la carestia del periodo 1994 – 1998 (le vittime furono circa 220 mila); il 97% del fabbisogno petrolifero nordcoreano e assicurato dalla Russia e dalla Cina, discorso analogo vale per l’interscambio commerciale.

Nella crisi coreana la posta in gioco è l’ascesa della Cina come potenza internazionale. La Corea del Nord è una pedina nella partita tra gli Stati Uniti e la Cina. Un confronto che vede schierati da una parte gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone; dall’altra, la Corea del Nord e la Cina. La Russia cerca di mediare tra le parti, la sua politica estera si concentra nelle aree ex sovietiche o strategiche per la sicurezza russa: l’Africa Settentrionale (la Libia) il Medio Oriente (l’Egitto e la Siria), l’Asia Centrale (le repubbliche ex sovietiche) l’Europa Orientale (l’Ucraina, e i Balcani), il Caucaso (l’Azerbaigian, la Georgia, la Cecenia e il Daghestan).

La Corea del Sud e il Giappone si appoggiano agli Stati Uniti per opporsi alla minaccia militare di Pyongyang e all’ascesa della Cina, la nazione più potente dell’Estremo Oriente. La Corea del Nord è il quinto esercito più numeroso del mondo, è fornito di armi nucleari e chimiche; ma il suo arsenale convenzionale e in prevalenza obsoleto. Si stima che la Corea del Nord abbia 20 – 40 testate nucleari della potenza di quelle sganciate su Hiroshima e su Nagasaki, in parte sganciabili con bombe di aereo e in parte imbarcabili con missili balistici; l’arsenale chimico di Pyongyang ammonta a circa 5.000 tonnellate di armi chimiche. Immaginate quale catastrofe potrebbe provocare l’impiego di tali armi nella penisola coreana e nel Pacifico.

Gli Stati Uniti vorrebbero eliminare il regime coreano per spostare le basi militari sul confine cinese e mettere sotto pressione la Cina, l’unica nazione che può contrastare la supremazia degli Stati Uniti nel Pacifico e piegare l’economia americana. La Cina è una nazione in rapida ascesa: il suo esercito tra i più potenti del mondo; il tesoro cinese detiene la maggioranza dei titoli del debito pubblico americano, se decidesse di metterli sul mercato con fini speculativi farebbe collassare il dollaro; l’industria cinese è il principale concorrente dell’industria americana. Su questa consapevolezza si fonda la “sinofobia” di Tramp e della classe dirigente americana.

La Russia e la Cina si adoperano per evitare lo scoppio di una guerra ai propri confini. Ambedue temono un conflitto dalle conseguenze apocalittiche (milioni di profughi, radiazioni nucleari, la possibilità di essere coinvolte direttamente nello scontro); un conflitto che permetterebbe agli Stati Uniti di avvicinarsi al confine russo e cinese come ai tempi della Guerra di Corea.

La crisi coreana offre a Pyongyang e Washington indubbi vantaggi. Vantaggi politici: il regime coreano ottiene il sostegno della Russia e della Cina per fare da baluardo all’espansione americana nel Pacifico; gli Stati Uniti con la scusa di combattere la minaccia nordcoreana giustificano l’installazione in Corea del Sud del sistema antimissilistico “THAAD”, acronimo di Terminal High Altitude Area Defence; un’arma capace di abbattere i missili a corto e medio raggio nordcoreani e di influire sulle capacità militari di Mosca e di Pechino (radar di “scoperta” AN/TPY 2). Vantaggi economici, la crisi coreana offre all’industria dei Paesi coinvolti una buona opportunità commerciale: gli Stati Uniti vendono alla Corea del Sud e al Giappone le armi per contrastare la minaccia di Pyongyang; la Corea del Nord vende i sistemi missilistici all’Iran, che teme a ragione un attacco americano.

La Corea del Nord ha potuto sviluppare un arsenale nucleare grazie ai propri giacimenti di uranio e alla tecnologia fornita dal Pakistan. Kim Jong un non è pazzo, la sua strategia è lucida, usa l’arma nucleare come strumento di deterrenza per non fare la fine di Gheddafi e di Saddam. Il tiranno Kim è consapevole che solo l’arma nucleare può dissuadere gli Stati Uniti dall’attaccarlo.

Nel dicembre del 2017, come risposta ai test nucleari, l’ONU ha approvato nuove sanzioni a carico della Corea del Nord: restrizioni alle importazioni petrolifere, blocco all’esportazione dei prodotti tessili nordcoreani, il blocco dei permessi di lavoro ai circa centomila nordcoreani che lavorano all’estero. A favore di tali sanzioni hanno votato anche la Russia e la Cina, stanche delle provocazioni del riottoso alleato. Gli Stati Uniti volevano includere nelle sanzioni anche il blocco navale in acque internazionali e la totale sospensione delle forniture petrolifere; il fine è per far collassare la Corea del Nord, anche a costo di provocare migliaia di vittime tra la popolazione stremata dalle dure condizioni imposte dal regime. Alle drastiche sanzioni proposte dagli Stati Uniti si sono opposte la Russia e la Cina; nazioni, che secondo Trump violano le sanzioni internazionali rifornendo segretamente di petrolio l’alleato coreano.

La soluzione alla crisi coreana sta nella proposta russo-cinese: la contemporanea e reciproca sospensione di qualsiasi attività nucleare da parte della Corea del nord e delle esercitazioni militari degli Stati Uniti. Un accordo difficile da realizzare per l’ostilità che regna tra le parti e per il carattere dei soggetti coinvolti: il “Gabibbo” Trump e il “Godzilla” Kim (il dinosauro atomico del genere Kaiju Eiga caro al dittatore coreano) sono personaggi grotteschi e pessimi diplomatici, inadatti a gestire le crisi. Ci sarebbe da ridere se in gioco non ci fosse la vita di milioni di persone.

Stati Uniti e Corea del Nord non vogliono la guerra perché le conseguenze sarebbero disastrose per entrambi. Un attacco preventivo di una delle parti scatenerebbe la rappresaglia dell’altra.

La rappresaglia nordcoreana sarebbe chimico-nucleare e colpirebbe la Corea del Sud, il Giappone e gli Stati Uniti (le isole Hawaii e la base militare di Guam); le vittime potrebbero superare il milione e il ruolo internazionale degli Stati Uniti sarebbe irreparabilmente compromesso (una superpotenza è tale fino a quando riesce a difendere i propri alleati). Gli Stati Uniti non potrebbero eliminare l’intero arsenale nordcoreano dotato: di circa mille missili a breve, medio e lungo raggio in prevalenza installati su basi mobili o nascosti in bunker sotterranei; centinaia di cannoni semoventi Koksan da 170 millimetri e lanciarazzi da 240 millimetri protetti da bunker sotterranei, in grado di colpire Seul con proiettili contenenti armi chimiche (sarin e iprite).

La rappresaglia americana sarebbe anch’essa nucleare, trasformerebbe la Corea del Nord in un cumulo di macerie; senza timore di una reazione russo-cinese. Il sostegno militare della Russia e della Cina all’alleato coreano è subordinato a un attacco preventivo americano. In quest’ultima ipotesi rischieremo un conflitto nucleare tra superpotenze.

Un conflitto tra Corea del Nord e Stati Uniti è improbabile ma non impossibile, varie potrebbero essere le cause: una serie crescente di ritorsioni, provocate da gravi incidenti come avvenuti dopo la fine del conflitto coreano; un test nucleare nordcoreano dagli effetti disastrosi, come la minacciata esplosione di un ordigno termonucleare nel Pacifico; l’illusione americana di poter eliminare il regime di Pyongyang utilizzando armi nucleari tattiche (a limitata potenza) la strategia del “primo colpo nucleare” (first-strike) tesi cara ai “falchi” di Washington.

Alle Olimpiadi gli atleti delle due Coree sfilano insieme sotto la bandiera della Corea unita; ma la penisola rimarrà divisa perché non ci sono le condizioni per la riunificazione. Unire le due Coree presuppone un accordo tra le potenze egemoni del Pacifico: la Cina e gli Stati Uniti. Un accordo impossibile da realizzare perché la competizione tra i due Paesi cresce di giorno in giorno. La politica protezionistica del presidente americano non fa che inasprire detta competizione.

Non dobbiamo essere pessimisti, a maggio il presidente americano e quello nord coreano si incontreranno per discutere sulla denuclearizzazione della penisola e non solo di un congelamento del programma nucleare nordcoreano. Un evento eccezionale, mai nella storia un presidente americano e uno nordcoreano si sono incontrati. Merito delle sanzioni internazionali e delle pressioni cinesi che hanno indotto il regime di Pyongyang a miti consigli. E’ presto per parlare di pace ma le premesse ci sono; non tanto per le qualità dei personaggi coinvolti, ma perché la guerra non conviene a nessuno.

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